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10 Feb

I politici italiani e il web

Pubblicato da Michele Di Salvo  - Tags:  web, internet, censura, informazione, Politica, Democrazia, blog, digitale, legge

I politici italiani e il web

Il silenzio è una discussione portata avanti con altri mezzi, diceva Che Guevara. Oggi parafrasando potremmo dire il web è un luogo dove "si combatte la battaglia politica con altri mezzi".
Il tema è tornato alla ribalta con i recenti scontri parlamentari, che hanno avuto stimoli, amplificazione e degenerazione sul web. Una rete di cui ormai sembra che la politica si accorga solo in due occasioni: quando cerca spazi in campagna elettorale, alla ricerca dei consensi perduti, e quando "ciò che dice non le va bene", e allora scatta la corsa alla proposta di legge e all'emendamento, che assume i toni unidirezionali della sanzione, della pena, e spesso della censura.
Lo abbiamo visto a fine luglio, quando si parlò anche da noi di "legge ammazza blog" e "leggi bavaglio", con un inasprimento delle pene per i blogger e per qualsiasi reato a mezzo web. La costante di questi interventi parlamentari è sempre il nascere da episodi apicali delle cronache politiche, che vedono il legislatore indignato e pronto ad intervenire in materia, partendo proprio da quell'episodio e considerando il web come "un mondo a parte".
E questi due presupposti sono esattamente i due errori di fondo nell'approccio al web che denotano la lontananza e l'incompetenza tecnica della nostra classe dirigente nel rapporto con internet, la rete, il web in generale, le nuove tecnologie, come se non bastasse il ritardo sia di realizzazione che di concezione di fondo della nostra agenda digitale e del digital divide nazionale, rispetto al resto dell'Europa, per non parlare del mondo.
Il web non è "un altro mondo" ma "lo stesso mondo continuato in forma diversa". Durante il processo a PirateBay a tre hackers ormai cinque anni fa il pubblico ministero chiese "qual è stata la prima volta che vi siete visti IRL?" e gli imputati finsero di non capire "che significa IRL?" il pubblico ministero specificò "nella vita reale" (in real life) e loro sorridendo dissero "noi non diciamo IRL, ma AFK" (away from keyboard – lontano dalla tastiera) chiarendo benissimo il concetto che la rete è vita vera, semmai la differenza sta nello stare fisicamente davanti a un computer o meno.
Questo implica che non servono "altre leggi" o "leggi speciali", ma mutuando questo approccio basterebbe applicare al web le leggi che esistono già, e che invece troppo spesso tendiamo a non considerare vigenti o "da rispetttare" in rete. Esistono già ad esempio i reati di "istigazione alla violenza", all'odio razziale o sessuale, l'istigazione al reato, la violenza personale, lo stalking, la diffamazione. Il vero quesito è perchè dovrebe esistere e sussistere una differenza di ambito e luogo di applicazione se quel reato – che ripetiamo – già esiste viene commesso in un luogo fisico o in un non-luogo che vorremmo utilitaristicamente e opportunisticamente solo virtuale.
Come nella vita "lontano dalla tastiera" il reato è e resta tale, comunque e ovunque commesso, ciò che cambia è se quel reato viene perseguito, come viene interpretato, e quale gravità un giudice, in fase interpretativa e applicativa della norma, decide di attribuire al singolo atto o fatto.
I rischi di una normativa ad hoc per il web sono molti, e la materia è estremamente delicata.
Se la rete è un bene comune, che rientra per molti versi nei "servizi universali" da fornire al cittadino come molte leggi indicano, allora deve anche essere in sé un bene pubblico, e tale deve restare anche il momento della sanzione. Delegare come spesso si legge il momento del controllo sui contenuti e della responsabilità civile a soggetti terzi o intermediari (fornitori di servizi, di connessione, si spazio, provider) è inutile e pericoloso. Da un lato si rischia una migrazione di massa all'estero di questa industria, perchè nessuno vuole né è concretamente attrezzato o attrezzabile per esercitare questa funzione di "censura e controllo preventivo" sui contenuti. Dall'altro il problema non avrebbe alcuna soluzione, perchè se la forza del web sta proprio nella sua globalità, ciò implica che un singolo Stato non può né civilmente né penalmente condannare un soggetto (esempio provider) che si localizza fuori dal suo territorio.
Ovviamente il campo è aperto, ma non senza responsabilità anche di chi fa rete tutti i giorni.
Se siamo tutti consapevoli che chi fa le leggi di rete comprende poco o nulla, sarebbe il caso che chi invece di rete ne capisce cominciasse – anche attraverso una proposta di autoregolamentazione – a fare proposte, per non lasciare il campo aperto e libero, e offrire alibi, al primo censore del nuovo millennio.

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Scrivevo il 30 luglio 2013 a proposito della legge "ammazza blog"
Se le elezioni degli ultimi tre anni sono state caratterizzate da un uso crescente, anche se spesso disordinato e non sempre corretto, della rete e dei social network, sempre più spesso invece accade che quella stessa rete – per molti strumento di democrazia e libertà – diventi, da eletti, uno strumento di cui “moderare gli eccessi e gli effetti”. E mai come in questi ultimi mesi sembra che, lungi dall’affrontare i problemi connessi ad una comunicazione sempre più veloce e di cui non ci si è mai davvero voluti occupare, senza alcuna competenza, il politico di turno decide di “porre limiti” alla rete, ovviamente “nell’interesse generale”, con toni spesso paternalistici di chi “lo fa per i nostri figli” e per porre un freno agli eccessi. Solo per citare alcuni episodi, il primo caso degno di nota lo dobbiamo alla Presidente della Camera Laura Boldrini, indimenticabile il suo risentimento per una banalissima foto nemmeno tanto ben fatta, di un suo improbabile nudo estivo, che portò alla mobilitazione in forze dell’intera polizia postale di Roma. Erano i tempi in cui anche Enrico “mitraglia” Mentana diceva la sua abbandonando twitter sdegnato per qualche commento poco osannante, come invece sembrano ambire molte twitt-star. A lui ha fatto eco, dopo poche settimane, un Marco Travaglio che ha letteralmente insultato chiunque, a causa di commenti “poco osannanti”. L’idea malsana dell’epoca digitale è che i contatti debbano di per sé fan, ovvero soggetti che qualsiasi cosa tu dica e faccia siano sempre acriticamente con te; idea che si trascina il concetto tecno-fallico per cui esisti e vali a seconda dei fan o follower che hai. Non comprendendo che quei profili sono persone senzienti, il più delle volte ragionevoli, che ti seguono perché “ciò che dici e scrivi in linea di massima li interessa” ma non sono servi sciocchi o menti abuliche e apatiche. Anzi, spesso in rete, indipendentemente dal numero di follower o dalla notorietà della persona, si incontrano decisamente delle belle intelligenze con cui confrontarsi (o almeno questa è la mia esperienza, senza piaggeria con i mie follower e le persone che mi seguono nel web). Di quanto invece sia diffusa l’idea di “numero di seguaci = consenso” la letteratura è piena, anche se poco approfondito è il tema di quanto certe personalità siano disposte a falsare tale percezione. Ed anche di questo abbiamo parlato a proposito dei fake-followers di twitter. Ad ogni buon conto, al di là della percezione e sensibilità di ciascuno, resta il tema del “mettere regole al web” rilanciato dalle ultime polemiche del caso Kyenge-Calderoli e da poco precedute da quelle del cd. “ammazza blog”, proposta presentata il 6 giugno dai deputati di Scelta Civica all'interno di una proposta dei in relazione al procedimento di “Modifiche alla legge 8 febbraio 1948, n. 47, al testo unico di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, e al codice penale, in materia di reati commessi con il mezzo della stampa. Si tratta di una assegnata alla Commissione Giustizia della Camera che, per la verità, sulla stessa materia sta già esaminando altre due proposte a firma Costa e Gelmini. Ora, che una regolamentazione serva, è fuori discussione. Il problema è quale regolamentazione, in che termini, e cosa sia lecito e non lecito fare. E data la delicatezza del tema non vorremmo che alcune norme passassero in una calda estate tra temi molto rilevanti, in una calca senza la giusta riflessione, come se l’idea fosse “spariamo nel mucchio, prima o poi uno di questi emendamenti passerà…” Tra i vari spari di questi giorni un emendamento del deputato Pdl Chiarelli propone il carcere per la diffamazione a mezzo stampa e la chiusura fino a tre anni dei siti Internet, compresi i blog in caso di mancata rettifica o la cancellazione delle frasi diffamatorie entro 48 ore dalla richiesta. Si prevede in caso di recidiva, o di mancato pagamento della multa, l’arresto, fino a cinque anni di carcere. E un risarcimento elevato sino a 100 mila euro. C’è poi la proposta di maxi-emendamento a firma Gelmini, che potrebbe essere ribattezzato anti-Facebook o anti-Twitter. L’ex ministro pensa di cambiare l’articolo 594 del codice penale sull'ingiuria inserendo, tra i mezzi attraverso i quali il reato viene commesso anche "la comunicazione telematica", quindi qualsiasi scritto on line. Nella proposta le pene sono aumentate "qualora l'offesa sia commessa in presenza di più persone", caso tipico dei social network.

Alcune di queste questioni sono legate più che altro ad altre false percezioni un po’ ovunque diffuse, come ad esempio che non vi sia nulla di rilevante nello scrivere cose false o diffamatorie in un blog (perché infondo è solo un blog, che vuoi che sia…) o che qualsiasi cosa messa online sia di per sé di dominio comune, ovvero che “tanto l’hai messa sul blog…” quindi posso prendere un pezzo, senza citare, una foto e farne ciò che credo, sempre gratis, e anche se poi la uso contro di te, semmai distorcendone senso e contesto. Deve esistere per il web l’obbligo di rettifica? Certamente si, ma nelle forme opportune. E senza pesare su un blog o su un blogger come si pretende ed esige su testate giornalistiche professionali. Deve esistere il dovere di citazione? Altrettanto si, perché comunque quel contenuto è di quella persona. E tale obbligo dovrebbe riguardare anche quando sono i giornali a fare mambassa e copincolla dalla rete “rivendendo” il contenuto come proprio. Anzi, a maggior ragione, proprio perché vi è un’impresa ed una professionalità. Semmai sarebbe anche il caso di prevedere una sanzione per eventuali notizie palesemente false pubblicate dai blogger – che talvolta usano la rete per fare sciacallaggio o disinformazione o propaganda politica al di fuori da ogni regola – ma tale sanzione dovrebbe seguire un “principio di rete”, ossia essere proporzionale alla rilevanza ed alla notorietà del blog. Forse, in questo caso, introdurremo un principio importante di “responsabilità” in funzione del pubblico, ovvero che se hai molto seguito è essenziale che tu sia anche responsabile delle cose che affermi e della loro veridicità. E questo proprio per evitare – come talvolta accade – che vengano definiti blog “amatoriali” siti che invece spostano informazione ed opinione, senza aver alcun obbligo di verifica e verità verso il lettore, e bypassino le più elementari regole dell’informazione nascondendosi dietro una parola.

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